5 muse ispiratrici dei poeti italiani

Abbiamo già parlato delle muse dei grandi pittori, da Raffaello a Botticelli. Ecco ora le donne che hanno ispirato le pagine più significative del panorama letterario.

 

Beatrice

Bebba

Dante e Beatrice, miniatura del XV secolo

La musa per eccellenza Beatrice Portinari, coniugata de’ Bardi, decedette a soli 24 anni, lasciando un grande ricordo di sé, immortalata da Dante Alighieri. Non sappiamo molto del suo aspetto fisico, ma “lo splendore degli occhi suoi ridenti” un giorno conquistò per sempre il cuore del Poeta. Il primo incontro con Bice, figlia di un banchiere, avvenne all’età di 9 anni. Nove anni dopo, lui la rivide quando gli sguardi dei due giovani si incrociarono e Beatrice, “vestita di colore bianchissimo”, rivolse a Dante un primo saluto, generando in lui un’immensa felicità e dando vita ai primi germogli di quello che sarebbe diventato presto uno dei canoni dell’amor cortese. Dante Alighieri le dedicò la “Vita nova”, ed è proprio lei ad accoglierlo nel Paradiso alla fine del viaggio nella “Divina Commedia”. In Beatrice il Poeta vedeva la donna angelica, simbolo di perfezione, che trasmette sentimenti di grazia e virtù. La amava profondamente, mantenendo intatto quel legame platonico che caratterizzò la loro storia.

 

Laura

Petrarca

Laura, ritratto del XV secolo (?) Biblioteca Laurenziana

Era il 6 aprile 1327, Venerdì Santo, quando Francesco Petrarca per la prima volta vide nella chiesa di Santa Chiara di Avignone Laura, colei che sarebbe diventata la musa perfetta per ispirare sonetti a perdifiato. In base ai riferimenti presenti negli scritti dell’autore si pensa che si tratti di Laura de Noves, sposa del marchese Ugo de Sade (antenato del Marchese de Sade), nobildonna francese e, successivamente, madre di 11 figli. Laura è famosa per il “viso di madonna luce”, i “capei d’oro”, il “dolce riso” e le “man bianche e sottili”. A differenza dei suoi predecessori – fautori di una poesia tutta spirituale – il poeta avvertiva nella bellezza del corpo della sua musa il desiderio di un amore terreno, inappagato e tormentato. Petrarca si nutriva di vane speranze, lamentava l’indifferenza della donna e invocava pietà per le proprie sofferenze. La vicenda ebbe una svolta con la morte della donna, avvenuta per via della peste nera allo stesso giorno dell’incontro, ma nell’anno 1348. Al pittore Simone Martini Petrarca commissionò un ritratto della celebre Laura, oggi perduto, che portava sempre con sé come se fosse un’icona.

 

Fiammetta

Fiametta

Dante Gabriel Rossetti, Visione di Fiammetta. 1878, Collezione di Andrew Lloyd Webber

Giovanni Boccaccio conobbe molte donne, ma si innamorò follemente soltanto di lei, la musa che in molte opere compare con il nome di “Fiammetta”. Si dice fosse figlia naturale del re Roberto d’Aquino, ma il fatto non è confermato in nessun documento. Per la sua bellezza e per il suo carattere brillante, la sarebbe stata al centro della vita mondana della corte di Napoli. Era una donna terrena e sensuale che si lasciava facilmente corteggiare. Il nome attribuitole è un riferimento all’ardore che ella suscitava nel petto del poeta. Se vogliamo credere a quanto scrive Boccaccio nelle sue opere, Fiammetta fece innamorare di sé il giovane letterato, che la incontrò un Sabato Santo nella chiesa di San Lorenzo. Da quel momento in poi, Boccaccio le dedicò innumerevoli versi, novelle e romanzi. Con l’Elegia di Madonna Fiammetta Boccaccio scrisse il primo romanzo psicologico, in cui la donna è l’unica protagonista, attrice della vicenda amorosa. Infatti, dopo qualche secolo, la figura di Fiammetta continuava a ispirare artisti sommi: nel 1878 Dante Gabriel Rossetti, uno tra i fondatori della corrente Preraffaelliti, dipinse “Una visione di Fiammetta”.

 

Silvia

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Mentre in Russia il nome di Giacomo Leopardi – poeta, filosofo, una delle figure principali del romanticismo – è noto solo a poche persone, in Italia, nonostante una visione piuttosto pessimistica della vita, le sue poesie si imparano a memoria sui banchi di scuola. Chiuso nella casa paterna per 25 anni a causa della salute precaria, Giacomo scrisse numerose composizioni poetiche, trattati su argomenti storici, filosofici e scientifici e apprese autonomamente le lingue con l’aiuto dei libri della biblioteca domestica. La fanciulla che ispirò il poeta nella nota poesia “A Silvia” esistette realmente. La ragazza si chiamava Teresa Fattorini, era figlia di un cocchiere, lavorava al telaio e morì di tisi all’età di 20 anni dopo aver acceso l’anima di Leopardi. Era il simbolo della giovinezza, delle promesse mancate e dei sogni traditi. Leopardi ne parlò in un passo dello Zibaldone: “ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di divino… quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine…” La casa di Silvia, di fronte alla casa del Leopardi, oggi è trasformata in museo e finalmente visitabile dopo un delicato restauro.

 

Eleonora

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Lei – la Divina del Teatro, la prima in scena senza trucco, un’attrice che emozionò le platee di tutto il mondo. Lui – il poeta eccentrico, dilapidatore di fortune, “l’amante più meraviglioso della sua epoca”. Capo pelato, altezza modesta, un occhio mezzo cecato e sicuramente il fascino del genio: faceva impazzire contesse e marchese abbandonate. La leggenda narra di un romantico incontro nel 1894 nelle calli di Venezia tra la Duse e lo scrittore Gabriele d’Annunzio. Nonostante le turbolente difficoltà, trascorsero insieme 9 anni di passione e rotture, liti e tradimenti, ma anche di reciproca ispirazione artistica: durante la relazione d’Annunzio componeva 6000 versi al mese e la Duse portava sulle scene teatrali i suoi testi, spesso finanziandone le produzioni. Lo stesso d’Annunzio raccontò la loro tormentata storia d’amore nella opera “Il Fuoco”, romanzo autobiografico dove il poeta mette a nudo la loro intimità, divulga con insolenza i segreti d’alcova. Ma anche quando ognuno procedette per il proprio cammino, su una delle scrivanie del poeta spiccava il busto di Eleonora, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore. Il Vate, volontario nella Grande Guerra, aveva sempre con sé un ricordo tangibile del loro amore: un anello di smeraldi che la musa ispiratrice gli aveva regalato. Era il suo talismano. Alla notizia della morte della Duse il poeta commentò: “È morta quella che non meritai”.

 

Parole chiave
arte, storia

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