“L’uomo in Italia si veste per sé stesso” – intervista a Raffaele Barba

Raffaele Barba è il nome dell’imprenditore nel settore sartoriale dedito a diffondere la storia, cultura e tradizioni della classica sartoria artigianale napoletana. Ha iniziato la produzione di camicie 35 anni fa e ora ha acquisito numerosi clienti in tutto il mondo, la Russia inclusa. Con lui abbiamo parlato dello stile, formale e informale, della tradizione napoletana.

 

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Raffaele Barba – imprenditore, fondatore di Barba Napoli

 

Perché camicie?

Ho iniziato la produzione di camicie 35 anni fa da un’idea e da un’esigenza abbastanza ovvia. Lei magari cambia due pigiami all’anno, la camicia va indossa tutti i giorni. Diciamo che la camicia è un indumento fondamentale dell’uomo come lo è il pantalone. Oggi è chiaro che l’uomo va anche vestito con la maglietta, la T-shirt, ma quello che è sempre stato un must per l’uomo è il pantalone e la camicia. Mia madre fa parte della famiglia Paone, una famiglia fondatrice della sartoria napoletana. Tutti conosciamoci il Paone della Kiton, tutti noi abbiamo nel nostro DNA una buona scuola di sartoria napolitana. Io non ho fatto altro che usare quello che il know-how del nostro territorio. Napoli è conosciuta come la migliore sartoria del mondo perché è quella che ha coniugato il rigoroso modo di vestire britannico, stile Londra, a modo più informale di indossare la giacca.

Perché proprio Napoli secondo Lei?

Perché si è dedicata alla sartoria più di altri posti in Italia, perché a Napoli c’erano tanti principi, duchi, uomini molto ricchi. La mattina non avevano molto da fare: come prima cosa andavano dal barbiere occupavano un’oretta della loro giornata, poi andavano dal sarto e il sarto, poveretto, era costretto a subire tutte le decisioni di questi uomini un po’ gagà, che non avevano nient’altro da fare che sentirsi belli, vestirsi e spendere dei soldi. Quindi i nostri sarti si sono abituati al bello, perché avevano dei grandi clienti. Senza grandi clienti non si diventa bravi. Avere dei clienti esigenti sul momento ti dà fastidio, ma ti fa crescere e diciamo che i sarti napoletani sono stati succubi di questi gagà che però gli hanno aiutati a crescere. È stata la generazione prima della mia a portare questo modo di vestire nel mondo, senza uso di Internet, queste giacche e queste camice fatte a mano. Non avevano macchine, poveretti, quindi le asole e i giromanica venivano fatti a mano. Il classico sbuffo, l’arriccio napoletano, era difficile da far capire a chi non abitasse a Napoli, a chi non conoscesse quella tradizione. Nel vendere, giustamente solo a chi aveva cultura di questo prodotto, si sono migliorati e hanno diffuso anche il nostro “Made in Naples”.

Oltre alla foggia, ai ferri del mestiere, alle cuciture ci sono negli abbinamenti dei colori, nei tessuti altri elementi che caratterizzano lo stile propriamente napoletano?

Sì, questo è un’arma a doppio taglio, perché il mondo è fatto di tante culture differenti. Per esempio se Lei viene a Napoli, Le mostro un campionario per un cliente del Sud d’Italia o per uno che vive a Miami, è molto facile a farlo vestire chiaro con dei bei toni di azzurro, lo chiamano azzurro Napoli, è un blu meno cupo che si abbina al colorito di chi è mediamente un po’ abbronzato, mentre i popoli nordici, scandinavi o russi, si sono abituati a vestirsi in modo più rigoroso nei toni del blu e del grigio. Noi usiamo i celesti, anche le giacche chiare color panna, magari con un check marrone, diamo sfogo al nostro modo di vestire. Chiaro che naturalmente la scelta di colori rimane circoscritta alla tipologia di cliente. Non posso pensare ad un cliente di Mosca in una giornata cupa, vestito da napoletano con un verde smeraldo.

Però potrebbe farlo per contrastare.

Solo quando viene a Capri. Loro si adattano moltissimo e anzi apprezzano il nostro modo di vestire. Però si sentono più sicuri nel vestire con una camicia classica, bianca, perché il bianco oggi è un’uniforme, con un quadretto azzurro oppure delle piccole variazioni sul tema.

Ieri è venuto qui un cliente, ha detto: “Sì, a me piace il gessato… ma è troppo da gangster!”. Benissimo! Ma dipende da chi lo porta e come lo porta. È una questione di gusti, sono i dettagli che fanno la differenza. Noi non usiamo le spalline, per esempio, mentre i popoli nordici sono più abituati a una giacca ed a una camicia quasi di estrazione militare, quindi spalline ben definite. Questa è un’armatura che loro hanno con la quale si sentono più protetti. Probabilmente perché hanno meno personalità nel vestire. L’uomo in Italia si veste per sé stesso, per soddisfare il proprio ego, mentre nei paesi del ex Unione Sovietica si vestono per mostrare il proprio status symbol. Se è formale e di buona fattura allora fai parte di quella gruppo, se sei un po’ più “trasandato”, più disinvolto.

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Come si evolve il Suo business? Dove sono presenti i vostri negozi?

5 mesi fa per il volere di mio figlio, 25 anni tra poco, ma sono già 7 che lavora in azienda ufficialmente, abbiamo aperto il terzo flagship store di Barba e l’abbiamo aperto dove la sfida è più impossibile, dove sono nate le camicie, a Jermyn Street a Londra. Quindi ci siamo messi in una concorrenza allucinante! Però è anche un modo di sfilare il mondo. Barba è leader mondiale delle camicie fatte a mano “made in Napoli”, perché noi abbiamo la più grossa produzione di camicie fatte a mano, sartoriali. Quando diciamo a mano è ago e cotone. C’è anche l’abuso del fatto a mano perché qua tutto è cucito a mano, prodotto in Italia. Questo è un grande problema perché il vero prodotto “made in Italy” è tagliato, cucito, stirato e spedito dall’Italia.

Quindi voi come azienda potete crescere ancora oppure se si parla dell’artigianato uno deve fermarsi ad un certo punto?

No, non è vero perché nelle nostre zone abbiamo molte competenze, molte maestranze, anche di età abbastanza alta. Abbiamo donne in azienda che hanno 55-60 anni ed erano con me quando ne avevo 25-30. Però ci sono anche tanti giovani.

C’è l’interesse quindi tra i giovani ad entrare in questo mondo?

Allora è un lavoro che richiede sacrificio, perché quando stai 8 ore sulla macchina da cucire o a tagliare con le forbici dedichi tutto te stesso al lavoro. Ma non è la stessa cosa di essere in una catena di montaggio: ogni camicia che facciamo è diversa da quella prima, non si troverà mai due camice uguali, e quando io dico al mio cliente: “Le ho tagliate uguali, con la stessa forbice” – una viene 2 mm più larga… cioè c’è passione, all’interno ci sono competenze. È un prodotto completamente artigianale anche se organizzato in maniera industriale. Noi abbiamo persone che fanno le asole a mano, ma fanno più di 6500 asole a mano al giorno. Non è facile.

Se possiamo tornare un attimo a quello che contraddistingue lo stile napoletano… per i russi che vorrebbero imparare a portare un abito, giacca e pantaloni in maniera un po’ più disinvolta, più libera. Quali sono i punti fondamentali per un uomo non solo nel scegliere e nell’acquistare giacca e pantaloni ma proprio nel portarli quotidianamente… un tocco di sprezzatura. A Napoli come si fa?

Non parliamo più di Napoli perché oggi è il mondo, che apprezza o non apprezza un determinato stile. Lo stile napoletano è più disinvolto, più libero. Anche nelle occasioni più rigorose mio figlio indossa un gessato monopetto. Diciamo che vestire all’italiano in modo napoletano è anche usare un po’ di colori.

Lei se vede un uomo per strada sa dire se questo è russo o tedesco?

Assolutamente sì!

E da come lo vede che è russo?

Dalla postura, da cosa indossa. Qui il 70% degli uomini veste con o una maglia a pelle e con una mezza zip di maglieria, o mettono queste camicie quadrate con la giacca con delle spalline ben definite. Quello è uno che lavora o in ufficio o della pubblica amministrazione. Poi c’è quello che non porta la cravatta e chi invece porta la cravatta, questo fa parte di un grado dell’amministrazione molto più alto. Tutti quanti non hanno il coraggio di vestire la lunghezza del pantalone sulla scarpa, lo fanno cadere questi pantaloni 5 cm in più. Esistono delle regole che vanno rispettate.

Queste regole come fa uno a saperle?

O fa parte di te o no fa parte di te. Io vedo amici di mio figlio che sono cresciuti a casa mia, che quando gli metti la giacca addosso sono spettacolari, e ci sono degli altri che proprio non la sanno portare. O ce l’hai o non ce l’hai, non è che ti puoi inventare qualcosa.

È un’arte comunque molto tradizionale della sartoria, però ovviamente Lei risponde bene con la sua azienda anche alle sfide global. Come cambia la sartoria napoletana magari nei modelli?

Oggi quando parliamo di sartoria parliamo di 3 capi fondamentali: il pantalone, la camicia, la giacca. Tutto il resto che gira intorno può essere fatto a mano, ma non di sartoria, perché una maglia è un quadrato: puoi pensarla di farla con la spalla più lunga, più corta, ma alla fin fine è quella. La sartoria modella sul tuo fisico mentre tu puoi dare uno stile più o meno formale, più o meno fashion. E poi io non sono un sarto, io sono un industriale sartoriale, quindi uno dei principi dell’industria è quello di dare un giusto rapporto prezzo, qualità e brand ai nostri prodotti, perché secondo me c’è anche un aspetto morale, che qui non viene considerato. Il prezzo non contraddistingue la qualità, ma è la qualità che può dare origine a un prezzo.

Chi è il vostro cliente qui in Russia?

Dipende da dove viene posizionato il prodotto, perché parliamo di scatola. Per un bicchiere con lo stesso champagne a Parigi Lei lo paga 100 e all’Arbat lo paga 50. Quindi il “contenitore” è importante, per “contenitore” intendo la boutique dove viene esposto il prodotto. È fondamentale per Barba che il negozio abbia una buona location, dei buoni clienti, un buon venditore. Se il venditore della scatola, del contenitore ha cultura, io guadagno un cliente in più.

Quindi la vostra è una vera missione…

È un’autodifesa. Come posso io far fronte ai mercati globali che si chiamano Cina o Indonesia, dove il costo della manodopera è un centesimo del nostro. Un operaio in Italia che guadagna 1300-1400€, costa 30000€ lordi all’anno. In altri paesi con 30000€ paghi 20 operai, ti puoi permettere non di cucire a mano, ma con i piedi.

E tra tutti i Paesi quale mercato si lascia affascinare di più dallo stile napoletano?

in Giappone.

E gli Stati Uniti?

Con gli Stati Uniti non andiamo molto d’accordo, anche se è Il mercato. Se io vengo a vendere il metodo champenoise che si chiama champagne o prosecco, non puoi dirmi: “Ma io lo voglio senza bollicine!”. Loro vorrebbero adeguare alle proprie idee quello che il mondo accetta così e quindi non è facile. Non creo che Lei si sogni di andare a prendere da TSUM un vestito per il veglione di Capodanno è il 2 gennaio lo riportare senza cartellino, dice “non mi piace” e si far ridare i soldi, questo in America è normale. È un mercato che si fa con le loro regole, ma io ne conosco tante di aziende che hanno avuto successo in America, sono i più bravi del mondo, forse siamo noi che non sappiamo adattarci.

Allora speriamo di averLa più spesso qua in Russia. Il cliente russo le può dare molte soddisfazioni anche dal punto di vista culturale.

Luogo
Campania
Parole chiave
moda, Napoli, shopping

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