Roma: antichità sconosciute di Viktor Son’kin

Se cerchiamo con un motore di ricerca la parola “Roma” si troveranno moltissime immagini del Colosseo e, a seguire, della Fontana di Trevi e della Basilica di San Pietro. La visita della città eterna passa attraverso un programma d’obbligo che ripercorre la civiltà antica e che si dipana lungo il Foro, il Colosseo, il Palatino, i Musei Capitolini, i Musei Vaticani, il Teatro di Marcello, l’Ara Pacis, il Pantheon…

 

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Viktor Son’kin – filologo, traduttore, autore della guida storica “Qui fu Roma” (casa editrice Corpus, 2012), premio “Prosvetitel” per la diffusione del sapere 2013.

Tuttavia Roma vanta molti altri monumenti antichi, meno noti, che non hanno nulla da invidiare a quelli più conosciuti anche se non finiscono mai sulle prime pagine delle brochures turistiche. Peraltro hanno il vantaggio di non essere racchiusi nei musei e di essere quindi accessibili gratuitamente in qualsiasi ora del giorno e della notte senza il solito sovraffollamento di turisti. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio museo all’aperto con moltissimi monumenti che raccontano la storia di Roma. Eccone alcuni.

 

Il sepolcro del fornaio Eurisace

Nel XIX secolo Papa Gregorio XVI decise di liberare l’arco d’ingresso di Porta Maggiore (all’epoca, sotto gli archi, passavano 8 degli 11 acquedotti che portavano l’acqua alla città) dai depositi medievali. Sotto una delle torri demolite fu rinvenuto il monumento, in precedenza non visibile. Il monumento funebre era rivestito della tipica pietra romana, il travertino, e riportava distinta, sui lati conservati, l’iscrizione: EST HOC MONIMENTUM MARCEI VERGILEI EURYSACIS PISTORIS, REDEMPTORIS, APPARET (Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore).

Quest’ultimo termine starebbe ad indicare anche il ruolo di Ufficiale subalterno (apparitore) di qualche personaggio di alto rango (un magistrato o forse un sacerdote). Accanto al sepolcro fu ritrovato anche un rilievo, raffigurante un uomo ed una donna, un’urna cineraria a forma di cesta di pane (la morte si può prestare anche a fini pubblicitari) e una lastra con un’ulteriore iscrizione:

“Atistia fu mia moglie. Visse come eccellente donna le cui rimanenti spoglie riposano in questo paniere”.

Il rilievo e l’iscrizione sono conservati ai Musei Capitolini, mentre l’urna è scomparsa.

Il nome greco del fornaio (Eurisace) è quasi sicuramente di origine umile potendo risalire ad un liberto, uno schiavo o un figlio di schiavi. Per questo motivo gli storici dell’arte hanno guardato spesso il sepolcro di Eurisace dall’alto in basso, ritenendolo una brutta testimonianza del cattivo gusto popolare, un esempio del ripudio dei valori tradizionali romani quali la moderazione e la regolarità. Infatti il sepolcro è stato paragonato alla tomba di Trimalcione, volgare “nouveau riche” nel Satyricon di Petronio. D’altra parte si può guardare al sepolcro di Eurisace vedendo in esso una possibile testimonianza della mobilità sociale che caratterizzava l’antica Roma. Si può sentire la storia della vita (e della morte) di un uomo, fiero del proprio mestiere, che alla fine della Repubblica si arricchì e guadagnò riconoscimento sociale e stima con il lavoro delle proprie mani.

I rilievi che circondano la parte superiore del sepolcro raffigurano le diverse fasi del procedimento di panificazione: pesatura e molitura del grano, setacciatura della farina, preparazione dell’impasto, pezzatura ed infornata del pane con la forza motrice del mulino generata da asini dall’umore piuttosto cupo. Il monumento consiste in un piccolo edificio a pianta trapezoidale decorato con elementi caratteristici di un forno quali i tubi verticali rappresentanti probabilmente dei silos per la conservazione del grano ed i fori orizzontali, che richiamano l’aspetto dei recipienti in cui veniva impastata la farina.

 

Tempio di Minerva medica

Il viaggiatore che arriva a Roma in treno si trova nel mezzo di alberghi a buon mercato, di botteghe di souvenir cinesi e di ristorantini mediorientali che nascondono vere meraviglie a cielo aperto. Se si procede, infatti, verso sud-est, lungo Via Giovanni Giolitti si giunge dopo circa un chilometro nei pressi di un edificio enorme di calcestruzzo, rivestito di mattoni che a ben guardare esiste da millesettecento anni a testimonianza dell’imperituro fascino romano.

Tale edificio viene tradizionalmente chiamato Tempio di Minerva Medica perché nel XVI secolo tra questi ruderi fu rinvenuta la celebre statua di Atena-Minerva (la Minerva Giustiniani).

L’edificio per un lungo tempo fu considerato un ninfeo ornamentale ma, più verosimilmente, fu un fastoso padiglione adibito a sala per banchetti, adorno di fontane e vasche. L’ambiente decagonale era coperto da una cupola con lobi leggeri che riempivano lo spazio tra i mattoni delle nervature di sostegno. La cupola di Minerva, una delle poche conservate dell’antichità, fu oggetto di ammirazione e di studi attenti. Essa si può ancora vedere solo in un’incisione di Piranesi, dal momento che, purtroppo, crollò nel 1828. Al padiglione originale, tanto inusuale dal punto di vista architettonico, alcuni decenni dopo la costruzione vennero aggiunti dei contrafforti inclinati, una nicchia semicircolare e un portico che gli danno l’attuale connotazione.

 

Il piè di marmo


Dalla Piazza della Minerva, vicino al Pantheon (non perdetevi il buffo elefante scolpito sugli schizzi del Bernini con le zampe posteriori sbagliate e con i garretti come quelli di un cavallo), si diparte una di quelle vie di Roma dai nomi poetici: Via del Pie’ di Marmo. Se la percorrete verso est, in direzione di Via del Corso, all’angolo della terza traversa a destra (Via Santo Stefano del Cacco) potrete incontrare un piede di marmo solitario che, a giudicare dal tipo di sandali, sembrerebbe essere maschile. La leggenda vuole che si tratti del piede di Serapide, sposo della dea egizia Iside, arrivato a Roma quando, dopo la conquista dell’Egitto, si diffuse il culto di tali divinità nella capitale.

 

Il ninfeo di Alessandro Severo


Nella piazza che prende il nome dal re Vittorio Emanuele II si erge un imponente monumento dell’antica Roma al quale i turisti raramente si accostano. È il cosidetto Ninfeo di Alessandro Severo. Il ninfeo è una fontana ornamentale che si distingue dalle fontane comuni per il carattere di “naturalità” o semplicemente per le grandi dimensioni. Molti ninfei fungevano da serbatoi dai quali l’acqua degli acquedotti veniva diramata nei diversi quartieri della città.

Il ninfeo porta il nome dell’Imperatore Alessandro Severo (III secolo d.C.) pur non essendoci certezza sulla datazione dei materiali di costruzione. È parere infatti di alcuni esperti che risalga all’epoca dei Flavi (I secolo d.C.) e sia stato ammodernato successivamente. Inizialmente aveva l’aspetto di un arco trionfale a tre fornici, salvo che, al posto dei fornici, c’erano delle nicchie. In quella centrale si pensa fosse collocata la statua di Giove o della dea Vittoria. Quanto ai lati, si sa con certezza che vi erano dei rilievi raffiguranti armature militari. Si tratta dei cosiddetti “trofei” che nel Medioevo furono associati alla vittoria del condottiero Mario sulle tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni alla fine del II secolo d.C.. Il ninfeo fu infatti chiamato Tempio di Mario o “Trofei di Mario” (nessuno ricordava che in tempi anteriori era stato una fontana). Nel 1590 Papa Sisto V trasferì i rilievi sulla balaustra del Campidoglio, dove si trovano ancora.

 

5. L’arco dell’acquedotto Acqua Virgo

La maggior parte delle fontane del Campo Marzio è collegata all’acquedotto chiamato dell’“Aqua Virgo”. È uno dei pochi acquedotti di Roma che funzionò sino a tutto il Medioevo. Nel Rinascimento la sua portata si andò restringendo ad un filo d’acqua sino a quando nel XV secolo Papa Nicola V decise di riportarlo all’antico fulgore. L’acquedotto fu costruito da Marco Agrippa, fedele amico dell’Imperatore Augusto, intorno al 19 d.C., per rifornire d’acqua un complesso di nuove terme non lontano dal Pantheon. Secondo la leggenda la fonte fu indicata a un gruppo di soldati da una giovinetta, in onore della quale fu scelto il nome dell’acquedotto (virgo in latino significa “fanciulla”. Infatti sulla parte destra della facciata un rilievo raffigura i soldati di Agrippa e la fanciulla che indicò loro la fonte). Su una lunghezza totale della condotta pari a venti chilometri, il dislivello fra la sorgente e il punto d’arrivo era di soli quattro metri, a testimonianza dell’incredibile precisione e perizia degli ingegneri romani. Non bisogna infatti dimenticare che all’epoca gli acquedotti funzionavano grazie alla forza di gravità che si veniva realizzando con una continua pendenza per tutto il tragitto e soprattutto che parti considerevoli delle condotte venivano interrate come si può vedere ancora ad oggi con uno degli archi di sostegno – appena al di sotto del livello odierno del terreno – dietro al cancello nel cortile della casa al numero 14 in Via del Nazareno. L’arco è fatto di travertino, nello stile deliberatamente grezzo caratteristico dell’epoca di Claudio. L’Aqua Virgo si manifesta in tutta la sua potenza nei flussi turbolenti della fontana più famosa di Roma: la Fontana di Trevi.

L’Aqua Virgo si manifesta in tutta la sua potenza nei flussi turbolenti della fontana più famosa di Roma: la Fontana di Trevi. Sulla parte destra della sua facciata c’è un rilievo che raffigura i soldati di Agrippa e la ragazza che indicò loro la fonte.

 

La lapide di Claudio sull’ampliamento del pomerio

Nel Campo Marzio, che ha subito negli ultimi due-tre secoli continue ristrutturazioni e ricostruzioni, pur se minori al confronto con quelle di altri quartieri di Roma, si può talvolta vedere, con un po’ di fortuna e spingendosi verso gli angoli più remoti del quartiere, l’immagine della città antica, ad un passo dalla Fontana di Trevi e dal Pantheon, come la ricordiamo impressa nei fotogrammi dei neorealisti.

In uno di tali luoghi oscuri, all’estremo nord occidentale di Via del Pellegrino (numeri 145-147, dove la via, formando un angolo ottuso, si congiunge a Via dei Banchi Vecchi) è appesa una lapide di notevole importanza, risalente all’epoca dell’imperatore Claudio, che reca un’iscrizione che finisce con le parole “finibus pomerium ampliavit terminavitque”, nel senso di “ampliò i confini del pomerio e lo definì” intendendo con quest’ultimo il limite sacro della città. Secondo la leggenda il primo pomerio fu stabilito già sotto Romolo arando la terra con i buoi per delimitare le mura e sollevando l’aratro nei luoghi dove si sarebbero dovute costruire le porte. È particolarmente interessante come, al posto della lettera “v”, nelle parole “ampliavit” e “terminavit” venga usata una lettera nuova, introdotta da Claudio (insieme ad alcune altre). La riforma ortografica dell’imperatore dotto non resistette a lungo: subito dopo la sua morte (morì avvelenato, dopo aver mangiato funghi amorevolmente offertigli dalla moglie Messalina) queste innovazioni caddero in disuso. La differenziazione tra le lettere U e V, come l’aveva proposta Claudio, sarebbe ritornata in auge nuovamente solo nel XVII secolo.

 

Arco degli Argentari

Nelle mura di una delle mie chiese preferite, San Giorgio al Velabro, è incorporata una costruzione romana che viene comunemente chiamata Arco degli Argentari (Arcus Argentariorum) che serviva probabilmente da portale per l’ingresso del cerimoniale al vicino Foro Boario, in cui si teneva il mercato del bestiame. Sull’arco è scritto che esso fu consacrato all’imperatore Settimo Severo ed ai suoi familiari da parte dei “cambiavalute e dei mercanti di bestiame di questo luogo” (argentari et negotiantes boari huius loci).

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La scritta della dedica ed i rilievi dell’arco sono cambiati ripetutamente negli anni perché durante la dinastia dei Severi i diversi membri di quella dinastia hanno sofferto la “damnatio memoriae” (dannazione della memoria). Tale pratica, nota dai tempi dell’antico Egitto fino ai “commissari svaniti” di epoca staliniana, implicava la cancellazione del nome indesiderato da tutte le iscrizioni dedicatorie ufficiali e, se possibile, la distruzione di ogni informazione visiva dell’uomo in questione. Alcuni membri della famiglia imperiale furono uccisi e fu vietato menzionarli: pertanto i loro nomi e le loro immagini scomparvero dall’arco. (Fate attenzione all’enorme distanza tra le lettere: un grafico impaginatore direbbe che siamo in presenza di una “crenatura” nella quinta riga. È evidente che qualcuno l’ha riscritta in versione ridotta). I rilievi più interessanti si trovano sul lato interno dell’arco in cui è possibile ammirare a sinistra l’imperatore Caracalla mentre compie una libagione su un altare da campo (accanto a lui, uno spazio vuoto creato a colpi di scalpello dove prima erano raffigurati cortigiani caduti in disgrazia) e dall’altra parte l’imperatore Settimio Severo con la moglie Giulia Domna (e anche qui una figura è ritoccata e uno scettro sacerdotale spunta a mezz’aria) durante un rito sacrificale.

Una leggenda medievale sosteneva che gli argentari nascondessero dentro l’arco i loro tesori tanto da farne un verso: “Tra la vacca e il toro, troverai un gran tesoro” dove il toro sacrificale è a sinistra, sul lato esterno dell’arco e la vacca, che vezzosamente solleva la coda, è a destra, sulla parte interna. Chiaramente il tesoro non è mai stato trovato nonostante le continue ricerche come testimoniato dai numerosi buchi sull’arco.

Si ringrazia Viktor Son’kin 

Luogo
Lazio
Parole chiave
Roma, storia

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